A oltre cinquant’anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini, il dibattito pubblico continua a essere dominato da una fitta rete di ipotesi complottistiche. Delitto politico, servizi segreti, trame eversive, apparati dello Stato: negli anni tali interpretazioni hanno progressivamente oscurato quella che rimane la verità processuale, spesso presentata come una versione semplicistica o addirittura inverosimile. In questo panorama si colloca il saggio Pasolini. Demistificazione di un delitto di Massimiliano Griner, un lavoro che si distingue per l’intento di ricondurre il caso entro coordinate storiche, criminologiche e psicologiche, senza indulgere alle suggestioni cospirazioniste.
Uno degli aspetti più interessanti del “caso Pasolini” riguarda il silenzio che abitualmente circonda le opinioni delle persone più vicine allo scrittore. Nel dibattito mediatico vengono infatti raramente ricordate le posizioni dei familiari e degli amici stretti di Pasolini, molti dei quali hanno sempre respinto le teorie del complotto, ritenendo invece sostanzialmente attendibile la ricostruzione giudiziaria.
Particolarmente significativa è la testimonianza di Domenico Naldini, cugino di primo grado di Pasolini, che condivise con lui una lunga parte della vita e ne conosceva intimamente la personalità. Naldini sostiene che, negli ultimi anni, Pasolini avesse sviluppato pratiche erotiche riconducibili all’universo sadomasochistico, caratterizzate da una componente autolesionistica. In questa prospettiva, la morte dell’intellettuale non sarebbe il risultato di una congiura politica, bensì il tragico epilogo di una dinamica sessuale ad altissimo rischio. Naldini respinge inoltre l’immagine di un Pasolini trasformato in “santo laico”, ritenendo che questa idealizzazione impedisca di comprendere la complessità della sua vita privata.
Ancora più esplicite sono le sue dichiarazioni sull’eventualità che Pino Pelosi abbia agito da solo. Secondo Naldini, Pasolini possedeva un forte istinto di difesa e difficilmente sarebbe caduto vittima di un agguato preordinato. Egli ritiene invece plausibile che Pelosi abbia reagito con una violenza improvvisa e incontrollata, superiore a quella che Pasolini aveva previsto. Non a caso, Naldini arrivò persino ad affermare che il giudizio più realistico fosse quello espresso, con brutale cinismo, da Giulio Andreotti, secondo cui Pasolini “se l’era cercata”: una frase certamente dura, ma che, nella sua interpretazione, coglieva la natura del rischio insito nello stile di vita dello scrittore.
Su questo terreno si innesta il contributo originale di Massimiliano Griner. Il pregio principale del suo lavoro consiste nell’abbandonare il piano delle congetture politiche per affrontare il delitto attraverso gli strumenti della criminologia e della psicologia forense.
Griner osserva come gli omicidi commessi da giovani prostituti occasionali ai danni di clienti omosessuali presentino caratteristiche ricorrenti. La prima è il fenomeno dell’overkill, ossia un livello di violenza sproporzionato rispetto alla necessità di uccidere, spesso concentrato sul volto della vittima. Si tratta normalmente di delitti impulsivi, privi di pianificazione, nei quali vengono utilizzati oggetti reperiti casualmente sul luogo dell’aggressione.
L’autore individua inoltre alcuni tratti psicologici frequentemente presenti negli aggressori: provenienza da contesti familiari problematici, personalità impulsive, difficoltà nel controllo delle emozioni, condotte antisociali, ricerca continua di denaro facile e uno stile di vita disordinato. Il movente, secondo questa prospettiva, non sarebbe principalmente economico, bensì psicologico. Giovani che praticano prostituzione maschile pur rifiutando la propria omosessualità possono vivere un conflitto identitario profondo. Quando percepiscono una minaccia alla propria immagine virile, la tensione può trasformarsi improvvisamente in un’aggressione estrema, nella quale la vittima diventa il bersaglio su cui proiettare la propria repulsione verso sé stessi.
È a questo punto che Griner concentra l’attenzione sulla figura di Pino Pelosi. Attraverso gli atti processuali e le perizie psicologiche, egli ricostruisce il profilo di un giovane cresciuto in un ambiente familiare caratterizzato dall’assenza della figura paterna e dalla predominanza di quella materna. Pelosi appare profondamente dipendente dalla madre, incapace di raggiungere una piena autonomia personale, con una personalità immatura e una forte esigenza di dimostrare continuamente la propria virilità.
I comportamenti devianti che costellano la sua giovinezza — piccoli furti, risse, guida senza patente, abuso di sostanze, ricerca ostentata di relazioni con ragazze — vengono interpretati come tentativi di compensare un’identità percepita come fragile. Significativa appare anche la sua ammissione, durante un interrogatorio del 1976, di avere avuto rapporti sessuali a pagamento con uomini “per sperimentare”, esperienza che gli provocava disagio. A ciò Griner aggiunge l’ipotesi dell’assunzione di anfetamine, già avanzata da Dario Bellezza e successivamente confermata dallo stesso Pelosi molti anni dopo.
L’ipotesi conclusiva proposta dall’autore è coerente con l’intero impianto interpretativo. Non potremo probabilmente sapere con certezza cosa sia accaduto all’idroscalo di Ostia quella notte. Tuttavia, qualunque gesto o richiesta di Pasolini abbia preceduto l’aggressione, essa avrebbe riattivato il conflitto interiore di Pelosi, provocando una reazione violenta finalizzata inconsciamente a reprimere la parte di sé che egli rifiutava. In questa prospettiva, l’omicidio rappresenterebbe il tentativo simbolico di eliminare, insieme alla vittima, anche la propria omosessualità.
Il maggiore merito del libro di Griner consiste proprio nell’offrire una spiegazione fondata su elementi concreti e coerenti, senza ricorrere a ipotesi prive di riscontri. L’autore non pretende di dissipare ogni zona d’ombra, ma mostra come la dinamica del delitto possa essere interpretata attraverso categorie ampiamente studiate dalla criminologia e dalla psicologia, anziché mediante scenari cospirativi costruiti soprattutto sulla suggestione.
Pasolini. Demistificazione di un delitto rappresenta un contributo importante perché riporta il confronto sul terreno delle prove, delle testimonianze e dell’analisi scientifica del comportamento criminale. In un dibattito spesso dominato dalla fascinazione del mistero, il volume invita a rivalutare la verità giudiziaria non come un dogma, ma come l’ipotesi che, alla luce delle evidenze disponibili, continua a offrire la spiegazione più solida e coerente della morte di Pier Paolo Pasolini.
Bibliografia
Massimiliano Griner (con la collaborazione di Thomas Bisaschi), Pasolini, demistificazione di un delitto in AA.VV. Verità distorte. Dietrologie e falsi misteri nella storia d’Italia, Lucca, Tralerighe libri, 2026.
Morte senza complotti, Debenedetti Antonio – Giordana Marco Tullio, «Corriere della Sera», 6 aprile 1995.
«Aveva ragione Andreotti. Pier Paolo se l’è cercata», Dino Martirano, «Corriere della Sera», 9 maggio 2005.

Lascia un commento