Per oltre cinquant’anni il dibattito sulla scomparsa di Mauro De Mauro è stato dominato da una domanda: che cosa aveva scoperto il giornalista del quotidiano «L’Ora» prima di essere sequestrato a Palermo il 16 settembre 1970? Attorno a questo interrogativo si sono sviluppate inchieste giudiziarie, ricostruzioni giornalistiche e interpretazioni storiografiche che hanno progressivamente privilegiato una lettura centrata sul cosiddetto “caso Mattei”. In questo quadro, la biografia precedente di De Mauro è rimasta sorprendentemente sullo sfondo, quasi fosse un semplice antefatto privo di reale incidenza sulla comprensione della sua vicenda.

Con Ritratto di giovane fascista. Il caso Mauro De Mauro (Donzelli Editore, 2026), Mauro Canali rompe questo schema interpretativo e propone un radicale cambio di prospettiva. Prima ancora di interrogarsi sulle ragioni della scomparsa del giornalista, lo storico si chiede chi fosse realmente Mauro De Mauro. La risposta nasce da una paziente ricerca archivistica che restituisce una biografia molto più complessa, e soprattutto molto più compromessa con il fascismo repubblicano, di quanto fosse emerso nella precedente letteratura.

Il volume documenta come il giovane De Mauro, nella Roma occupata dai tedeschi, non fosse un semplice simpatizzante del regime ormai agonizzante, ma un convinto collaborazionista delle SS. Le fonti ricostruite da Canali lo collocano accanto agli apparati repressivi dell’occupazione tedesca, in rapporti con la banda Koch e con gli ambienti di via Tasso, luogo simbolo della repressione nazifascista nella capitale. È un quadro che modifica profondamente la percezione del personaggio, restituendo il profilo di un militante pienamente inserito nella macchina repressiva della Repubblica Sociale Italiana.

Uno degli episodi più delicati affrontati nel libro riguarda i fatti del 23 marzo 1944. Canali ricostruisce la presenza di De Mauro tra coloro che accorsero in via Rasella immediatamente dopo l’attentato partigiano contro il battaglione “Bozen” e il suo coinvolgimento nelle fasi successive della rappresaglia che avrebbe condotto al massacro delle Fosse Ardeatine. È un tema inevitabilmente destinato a suscitare discussione. Lo stesso autore, tuttavia, distingue con chiarezza tra gli elementi documentabili e quelli che non possono essere affermati con certezza. De Mauro, infatti, sarà assolto dall’accusa relativa all’eccidio delle Fosse Ardeatine per insufficienza di prove. La ricostruzione storica non trasforma tale assoluzione in una condanna retrospettiva, ma mostra come il suo ruolo nell’ambiente repressivo nazifascista fosse assai più significativo di quanto generalmente ritenuto.

Ancora più sorprendente è la continuità del suo percorso politico. Canali segue De Mauro negli ultimi mesi della guerra, quando il futuro giornalista manifesta l’intenzione di arruolarsi nella Xª MAS di Junio Valerio Borghese e nella Repubblica Sociale Italiana. Dopo la Liberazione viene arrestato e internato in un campo di concentramento destinato ai repubblichini, dal quale riesce però a evadere in circostanze mai del tutto chiarite. Restano oscure anche le protezioni di cui avrebbe beneficiato durante la successiva latitanza.

Per gli altri reati contestatigli, De Mauro finirà per beneficiare dell’amnistia Togliatti, che consentì a numerosi appartenenti all’apparato fascista di evitare ulteriori conseguenze penali. Ma è soprattutto il dopoguerra a rappresentare una delle parti più innovative del volume.

Giunto a Palermo sotto falsa identità insieme alla moglie e alle figlie, De Mauro trova impiego presso «L’Ora», quotidiano che, dopo il passaggio nell’orbita della sinistra, diventerà una delle principali testate italiane impegnate nella denuncia della mafia. Recuperata la propria identità anagrafica, il giornalista conserva il suo posto nella redazione e costruisce nuovi rapporti nel mondo politico e culturale siciliano.

Secondo la ricostruzione proposta da Canali, tuttavia, il passato non viene mai completamente reciso. Una scheda del SIFAR ipotizza che De Mauro svolgesse attività informativa su ambienti comunisti pur mantenendo contatti con Junio Valerio Borghese. Il quadro che emerge è quello di una figura dai molteplici livelli di appartenenza, capace di muoversi tra mondi politici apparentemente incompatibili.

Su questo terreno si innesta una delle ipotesi interpretative più interessanti del libro. Richiamando anche le considerazioni formulate dallo storico Aldo Giannuli, Canali prende in esame la possibilità che De Mauro, proprio in ragione del suo compromettente passato repubblichino, sia stato utilizzato come informatore sugli ambienti del neofascismo clandestino. Se tale ricostruzione fosse fondata, il giornalista avrebbe potuto seguire dall’interno l’evoluzione delle organizzazioni dell’estrema destra italiana e le reti che, negli anni Sessanta, si coagularono intorno al progetto golpista di Junio Valerio Borghese.

È in questo passaggio che il volume produce il suo effetto storiografico più rilevante. La ricostruzione del passato fascista di De Mauro non costituisce un semplice approfondimento biografico, ma modifica il contesto entro cui interpretare la sua scomparsa. Se il giornalista mantenne effettivamente rapporti con gli ambienti riconducibili a Borghese e al neofascismo organizzato, allora la cosiddetta pista del golpe non appare più un’ipotesi marginale o residuale, bensì una chiave interpretativa che avrebbe meritato un’attenzione investigativa ben maggiore.

Canali non sostiene che questa pista dimostri il movente dell’omicidio. La sua argomentazione è più sottile e, proprio per questo, più convincente. Egli osserva come la mancata ricostruzione del passato politico di De Mauro abbia inevitabilmente orientato le indagini giudiziarie verso altre direzioni, impedendo di valutare pienamente il peso dei suoi rapporti con il mondo dell’eversione nera. Se quella biografia fosse stata conosciuta e studiata con la stessa accuratezza già negli anni delle indagini, anche il giudizio sulla plausibilità della “pista Borghese” sarebbe probabilmente mutato. In questa prospettiva, Canali sostiene, non a torto, che la seconda istruttoria sulla scomparsa di De Mauro (2001-2005) abbia risentito in misura eccessiva dell’impostazione investigativa sviluppata dal pubblico ministero Vincenzo Calia nell’inchiesta sulla morte di Enrico Mattei (1994-2003), circostanza che contribuì a rafforzare ulteriormente l’attenzione degli investigatori della Procura di Palermo verso la cosiddetta “pista Mattei”.

Il merito maggiore del libro risiede proprio nel metodo. Canali non costruisce una contro-narrazione fondata su suggestioni, ma dimostra come una ricerca archivistica rigorosa possa modificare radicalmente le domande che gli storici sono chiamati a porsi. La sua ricostruzione non pretende di sostituire una verità definitiva con un’altra; invita piuttosto a riconoscere che la comprensione della scomparsa di Mauro De Mauro non può prescindere dalla conoscenza del suo passato.

In questo senso, Ritratto di giovane fascista rappresenta molto più di una biografia. È un contributo destinato a incidere sul dibattito storiografico perché restituisce centralità a un elemento a lungo sottovalutato: la storia personale di Mauro De Mauro non costituisce lo sfondo della sua scomparsa, ma uno dei suoi principali strumenti di interpretazione. Qualunque futura ricerca sul “caso De Mauro” dovrà necessariamente confrontarsi con questo nuovo quadro documentario. Ed è forse questo il risultato più importante raggiunto da Mauro Canali.

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