L’interpretazione proposta da Giuseppe Oddo della consulenza di Franco Briatico mi sembra attribuire al documento un significato che esso, da solo, non è in grado di sostenere.
È fuori discussione che Briatico cercò di orientare Francesco Rosi. La relazione di Franco Briatico dimostra chiaramente che il dirigente dell’ENI avanzò una serie di osservazioni sulla sceneggiatura, suggerendo una diversa rappresentazione di Eugenio Cefis, della continuità dell’ENI dopo la morte di Enrico Mattei e di alcuni aspetti della politica estera dell’ente. Ma da questo non discende automaticamente che tali suggerimenti siano stati accolti dal regista. È proprio qui che, a mio avviso, si colloca il limite metodologico della lettura proposta da Oddo.
Uno storico non dovrebbe limitarsi a constatare l’esistenza di una consulenza; dovrebbe verificare se essa abbia prodotto effetti concreti sull’opera finale. Il confronto tra il documento di Briatico, le diverse stesure della sceneggiatura e il film effettivamente distribuito porta invece a conclusioni differenti.
Briatico chiedeva che Cefis fosse presentato come il continuatore della politica di Mattei. Nel film, però, il messaggio che arriva allo spettatore è sostanzialmente opposto. Pur senza soffermarsi esplicitamente sul periodo successivo al 1962, Rosi costruisce un racconto nel quale la morte di Mattei coincide con la fine di un’epoca irripetibile. L’impressione complessiva è che l’ENI del “dopo Mattei” non sia più la stessa. Se davvero Briatico avesse imposto la propria linea, ci si dovrebbe aspettare un’opera che sottolinei la continuità dell’azione dell’ente; invece il film suggerisce esattamente il contrario.
Lo stesso vale per la rappresentazione di Mattei. Briatico contestava l’immagine del presidente dell’ENI come “cavaliere solitario”, ricordando che molte iniziative, compresi gli accordi con l’Unione Sovietica, erano maturate con il sostegno di importanti settori del governo italiano (cfr. Bruna Bagnato, Prove di Ostpolitik. Politica ed economia nella strategia italiana verso l’Unione Sovietica (1958-1963), Firenze, Olschki, 2003). Eppure Rosi sceglie deliberatamente una costruzione narrativa diversa. La figura interpretata da Gian Maria Volonté appare come quella di un protagonista quasi isolato, che combatte contro interessi enormi facendo affidamento soprattutto sulla propria determinazione. È una scelta cinematografica perfettamente comprensibile, ma è anche una scelta che va nella direzione opposta rispetto ai suggerimenti di Briatico.
L’esempio forse più significativo riguarda però l’intervista a Philippe Thyraud de Vosjoli. Secondo Oddo, la versione definitiva sarebbe stata “ammorbidita” per evitare che il pubblico sospettasse di Cefis. Ma il confronto testuale tra le due versioni non conduce necessariamente a questa conclusione.
Nella prima stesura si parla di un uomo “che aveva una posizione di comando nella società” e che informava i servizi francesi. Nella versione definitiva scompare quel riferimento specifico, ma rimane l’affermazione secondo cui gli spostamenti di Mattei venivano comunicati ai servizi francesi da “un uomo vicino a lui, che godeva della sua fiducia e che lavorava per i servizi francesi”. La sostanza dell’accusa non viene eliminata. Rimane l’idea di una talpa interna all’ENI, rimane il sabotaggio, rimane il coinvolgimento dei servizi francesi. Se l’obiettivo fosse stato realmente quello di proteggere Cefis o di cancellare qualsiasi sospetto su dirigenti dell’ENI, la soluzione più logica sarebbe stata eliminare del tutto il riferimento alla complicità interna. Invece il film continua a proporla in modo esplicito.
Per questa ragione mi sembra difficile sostenere che Rosi abbia attenuato significativamente il contenuto dell’intervista. Piuttosto, la seconda versione sposta l’attenzione dalla posizione gerarchica della presunta fonte interna alla ricostruzione operativa dell’attentato, aggiungendo particolari sulla preparazione di Laurent, sull’attesa a Catania e sulle modalità dell’azione. Da un punto di vista cinematografico, la scena acquista persino maggiore forza narrativa.
Vi è inoltre un altro elemento che, a mio giudizio, indebolisce la ricostruzione di Oddo. La sua interpretazione della consulenza di Briatico sembra fondarsi sull’idea che ogni osservazione del dirigente dell’ENI fosse necessariamente finalizzata a occultare la verità sulla morte di Mattei. Ma questa lettura trascura completamente la storiografia più recente sull’ENI.
Negli ultimi anni gli studi di Daniele Pozzi e altri hanno profondamente rivisto l’immagine del periodo successivo alla morte di Mattei. Da queste ricerche emerge che Eugenio Cefis non smantellò l’eredità industriale del fondatore dell’ENI. Al contrario, consolidò finanziariamente il gruppo, proseguì la strategia di espansione internazionale, sviluppò le attività minerarie, rafforzò la presenza in Libia, nel Mare del Nord e in Nigeria e continuò la politica del gas naturale. L’elemento di maggiore discontinuità riguardò soprattutto il diverso atteggiamento nei confronti delle grandi compagnie petrolifere internazionali, non certo l’abbandono della strategia industriale costruita da Mattei.
Alla luce di questa storiografia, alcune osservazioni formulate da Briatico appaiono oggi storicamente fondate. Ciò non significa che Briatico fosse imparziale o privo di interessi; significa però che non ogni sua correzione può essere interpretata come un tentativo di manipolare il film. Alcune di esse coincidevano con una ricostruzione storica che la ricerca successiva avrebbe in larga misura confermato.
In definitiva, il problema non è stabilire se Briatico abbia cercato di influenzare Rosi: questo è dimostrato dai documenti. Il problema è verificare se ci sia riuscito. Ed è proprio il confronto tra la consulenza, la sceneggiatura e il film a suggerire una risposta negativa. Rosi mantenne la rappresentazione di Mattei come figura eccezionale e quasi solitaria, lasciò allo spettatore l’impressione di una cesura tra il “prima” e il “dopo” Mattei e conservò persino il riferimento a una presunta talpa interna all’ENI coinvolta nel sabotaggio. Sono elementi difficilmente conciliabili con l’idea di un film sostanzialmente piegato alle richieste di Briatico.
Per questo motivo ritengo che la consulenza di Briatico costituisca un’importante testimonianza del dialogo tra l’ENI e la produzione del film, ma non rappresenti una prova del fatto che l’ente sia riuscito a condizionare in maniera decisiva le scelte narrative di Francesco Rosi. Confondere il tentativo di influenza con la prova dell’influenza effettivamente esercitata significa attribuire al documento una portata che esso, sul piano storico, non possiede.
Un ulteriore elemento che rende problematica l’interpretazione proposta da Giuseppe Oddo riguarda la presunta censura della testimonianza del contadino Mario Ronchi.
Anche in questo caso occorre distinguere tra ciò che sarebbe dovuto accadere, secondo la tesi di Oddo, e ciò che il film effettivamente mostra.
È vero che nel film il nome di Mario Ronchi non viene mai pronunciato. Tuttavia, la sua testimonianza non viene affatto eliminata. Al contrario, compare fin dall’inizio dell’opera. Durante le immagini dei soccorsi sotto la pioggia, lo spettatore ascolta come sottofondo il racconto del contadino nella versione resa celebre dall’articolo di Franco Di Bella pubblicato sul «Corriere della Sera» del 28 ottobre 1962. Si tratta della testimonianza che per anni ha alimentato il dibattito pubblico sulla dinamica dell’incidente.
Successivamente Rosi torna sul medesimo episodio attraverso una precisa scelta narrativa. Un giornalista si reca a interrogare un contadino che, pur non essendo mai identificato con il suo nome, è chiaramente riconoscibile come Mario Ronchi. Il personaggio dichiara di non sapere nulla e afferma che al momento della caduta dell’aereo si trovava in paese con il trattore perché era andato a riprendere la figlia. Si tratta di un evidente richiamo alle contraddizioni emerse nel corso degli anni attorno alla testimonianza attribuita a Ronchi.
La scelta di Rosi è quindi quella di non trasformare Mario Ronchi in un personaggio esplicitamente nominato, ma di rappresentarne comunque la vicenda, lasciando allo spettatore il compito di coglierne il significato. Dal punto di vista cinematografico è una soluzione perfettamente coerente con l’impostazione generale del film, che evita spesso di sovraccaricare la narrazione con riferimenti nominali troppo specifici, preferendo costruire situazioni riconoscibili.
Per questa ragione parlare di “censura” appare eccessivo. Se davvero l’obiettivo fosse stato quello di cancellare ogni riferimento alla testimonianza di Ronchi, la soluzione più semplice sarebbe stata eliminarla completamente dalla pellicola. Invece Rosi sceglie di inserirla addirittura nella sequenza iniziale, cioè in uno dei momenti di maggiore impatto emotivo dell’intero film, e vi ritorna successivamente mediante una scena che richiama chiaramente il medesimo episodio.
Anche in questo caso emerge lo stesso problema metodologico riscontrabile nell’analisi dell’intervista a Philippe Thyraud de Vosjoli. Oddo tende a interpretare ogni modifica formale come prova di una censura sostanziale. Ma il film dimostra il contrario: il nome può anche scomparire, mentre il contenuto rimane. Lo spettatore continua infatti a confrontarsi con la figura del contadino-testimone e con le ambiguità della sua deposizione.
Ancora una volta, dunque, il confronto tra la documentazione preparatoria e il film finito suggerisce prudenza. Le modifiche operate da Rosi non equivalgono necessariamente a un’attenuazione del contenuto. In questo caso, come in altri, la sostanza della vicenda resta perfettamente riconoscibile, pur attraverso una diversa costruzione narrativa.
Vincenzo Calia – Giuseppe Oddo, Lampi sull’ENI. Il piano per eliminare Enrico Mattei, Milano, Feltrinelli, 2026, pp. 178-187.

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