“Lampi sull’ENI” (Milano, Feltrinelli, 2026) è il nuovo libro dell’ex PM della Procura di Pavia, scritto insieme a Giuseppe Oddo. Nuovo sulla carta. Di fatto, ripropone ancora una volta le tesi già contenute nelle Richieste del Pubblico Ministero (febbraio 2003).

La vicenda imprenditoriale di Enrico Mattei viene interpretata attraverso la stessa “chiave di volta” elaborata negli anni Settanta dal quartetto Bellini-Previdi-Pisanò-Rosi. I documenti citati vengono letti e incasellati secondo quello schema interpretativo, senza un reale confronto con la successiva storiografia.

Il libro torna inoltre ad attribuire a Eugenio Cefis la responsabilità di aver distrutto l’eredità di Mattei dopo aver assunto la guida dell’ENI in seguito alla sciagura aerea di Bascapè. Questa è una delle tesi centrali sostenute dagli autori.

Ci si aspetterebbe, allora, che chi sostiene che «la pacificazione è arrivata con Cefis, ovvero con una politica economica opposta a quella di Mattei» analizzi la storia dell’ENI dopo la morte di Mattei. E invece no. Per Calia e Oddo la storia dell’ente di Stato sembra arrestarsi il 27 ottobre 1962. Morto Mattei, muore anche l’ENI.

Non sorprende, quindi, che gli autori giungano a questa conclusione. La bibliografia del volume presenta infatti lacune molto gravi: viene ignorata un’ampia letteratura scientifica dedicata alla storia dell’ENI nel periodo successivo alla morte di Mattei. Una storiografia che ha mostrato come Cefis non abbia demolito il progetto di Mattei ma, al contrario, ne abbia proseguito e ampliato gli indirizzi strategici.

Gli autori fanno leva, in particolare, sulla vicenda degli accordi tra l’ENI e l’Algeria, saltati dopo la scomparsa di Mattei. L’ENI non abbandonò mai l’Algeria e i principali progetti concepiti da Mattei, incluso quello del metanodotto, furono ripresi e sviluppati nei primi anni Settanta durante la presidenza di Raffaele Girotti.

L’ENI dopo la morte di Enrico Mattei

    La storia dell’ENI dopo la morte di Enrico Mattei è stata a lungo raccontata attraverso una narrazione fortemente drammatica: morto il fondatore nel 1962, l’ente avrebbe progressivamente abbandonato la politica mediterranea e filo-araba che aveva caratterizzato l’epoca matteiana, scegliendo invece la normalizzazione dei rapporti con il cartello petrolifero internazionale dominato dalle cosiddette “Sette Sorelle”. Questa interpretazione, molto diffusa nella pubblicistica e nella memorialistica politico-giornalistica, continua ancora oggi ad apparire in numerosi libri e articoli. Tuttavia, gli studi storici più rigorosi e basati sulle fonti archivistiche hanno ormai mostrato come tale rappresentazione sia, nella migliore delle ipotesi, una semplificazione.

   La questione centrale consiste nel distinguere tra il mito politico costruito attorno alla figura di Mattei e la concreta evoluzione della politica internazionale dell’ENI. In effetti, dopo il 1962 l’ente non abbandonò affatto il Mediterraneo, il Nord Africa o il Medio Oriente. Al contrario, continuò a essere presente in paesi strategici come Libia, Algeria, Egitto e Iran, mantenendo una forte proiezione internazionale e consolidando molti dei rapporti diplomatici, commerciali e tecnici avviati durante la presidenza matteiana. Da questo punto di vista, esiste una significativa continuità tra l’ENI di Mattei e quello successivo.

   Storici dell’economia e dell’energia hanno infatti sottolineato come la struttura organizzativa, le competenze tecniche e gli interessi geopolitici costruiti negli anni Cinquanta non scomparvero con la morte del fondatore. L’ENI rimase un protagonista rilevante della politica energetica italiana e internazionale. Parlare di “abbandono” della politica mediterranea significa dunque ignorare la permanenza concreta dell’ente nei principali scenari petroliferi arabi e mediterranei.

   Ciò che realmente cambiò fu piuttosto lo stile politico e comunicativo della dirigenza. Mattei aveva costruito attorno a sé l’immagine di un combattente anti-cartello, di un dirigente capace di sfidare le grandi compagnie petrolifere anglo-americane in nome dell’autonomia nazionale italiana e della cooperazione con i paesi produttori emergenti. Celebre rimase la sua definizione dell’ENI come “un gattino tra i cani da caccia”, metafora efficace che contribuì enormemente alla costruzione del mito matteiano.

   Tuttavia, numerosi studi successivi hanno mostrato che la politica di Mattei era molto più pragmatica e complessa rispetto all’immagine pubblica da lui stesso alimentata. In particolare, Leonardo Maugeri, nel suo volume L’arma del petrolio (1994), ha sostenuto che la sfida alle “Sette Sorelle” non dovesse essere interpretata come un tentativo rivoluzionario di distruggere il sistema petrolifero internazionale, bensì come una strategia negoziale finalizzata a ottenere per l’ENI un riconoscimento all’interno di quel sistema.

   Secondo questa interpretazione, le provocazioni di Mattei contro il cartello avevano anche una funzione tattica: aumentare il peso politico dell’ENI e costringere le grandi compagnie a considerare l’Italia come un interlocutore inevitabile nei grandi consorzi petroliferi del Medio Oriente. La retorica anti-cartello, dunque, non escludeva la ricerca di accordi e compromessi. Anzi, già negli ultimi anni della sua vita si potevano osservare segnali di distensione e di progressiva normalizzazione dei rapporti tra l’ENI e le compagnie internazionali.

   Questo elemento è fondamentale perché mette in discussione una delle semplificazioni più diffuse: quella che contrappone un Mattei radicalmente ostile al sistema petrolifero occidentale a un ENI post-1962 improvvisamente “traditore” o subordinato agli interessi americani. In realtà, la ricerca di una collocazione stabile dell’ENI all’interno degli equilibri energetici internazionali era presente già durante la presidenza matteiana.

   Dopo la morte di Mattei, l’ENI divenne certamente meno personalistico e meno conflittuale sul piano retorico. La gestione successiva fu più prudente, più istituzionale e meno spettacolare. Ma questo non significa che venne meno la proiezione mediterranea dell’ente. Piuttosto, si assistette a una trasformazione dell’ENI da strumento fortemente identificato con il carisma politico del suo fondatore a grande impresa energetica integrata nel sistema economico occidentale, pur mantenendo una significativa autonomia operativa e diplomatica.

   La persistenza della narrativa della “rottura” dipende in larga misura dalla forza simbolica del mito di Mattei. La sua morte improvvisa, le polemiche sulle cause dell’incidente aereo e la successiva costruzione memoriale hanno favorito una lettura quasi eroica della vicenda: l’uomo che sfidava i potenti viene eliminato, e i suoi successori rinunciano alla sua eredità. È uno schema narrativo semplice, efficace e politicamente suggestivo. Tuttavia, la storia economica reale raramente si lascia ridurre a simili contrapposizioni.

   Gli studi archivistici più recenti mostrano invece un quadro molto più articolato, nel quale coesistono continuità e cambiamento: continuità nella presenza internazionale e nella centralità mediterranea dell’ENI; cambiamento nel linguaggio politico, nel grado di conflittualità verso il cartello e nella gestione dell’azienda. Comprendere questa distinzione è essenziale per evitare interpretazioni ideologiche o mitologiche della storia energetica italiana del secondo dopoguerra.

   In conclusione, sostenere che dopo la morte di Mattei l’ENI abbia abbandonato la politica mediterranea non appare oggi storicamente sostenibile. Più corretto è affermare che l’ente proseguì lungo molte delle direttrici internazionali costruite dal suo fondatore, pur adottando modalità meno conflittuali e più compatibili con gli equilibri del sistema petrolifero occidentale. La continuità dell’azione internazionale dell’ENI rappresenta dunque uno degli elementi più importanti emersi dalla storiografia contemporanea, che ha progressivamente corretto le semplificazioni e le letture mitologiche diffuse nella pubblicistica del passato.

Le inesattezze storiche: l’attribuzione a Mattei della formula 75/25 e l’esclusione dal tavolo della spartizione delle fonti di energia

Giuseppe Oddo attribuisce a Mattei la paternità della formula contrattuale 75/25 e interpreta la politica estera dell’ENI come una sfida ai potenti del petrolio a seguito della (presunta) “umiliante” esclusione dell’ENI dal consorzio per l’Iran (“lo smacco di Abadan”). Tali inesattezze sono presenti anche nel libro “L’Italia nel Petrolio” (pag. 39 e pag. 58, Feltrinelli, 2022).

Uno degli aspetti più problematici della ricostruzione proposta da Giuseppe Oddo riguarda la politica petrolifera internazionale di Enrico Mattei. In questo caso il problema non consiste tanto in una diversa interpretazione di fatti condivisi, quanto nel mancato confronto con una parte significativa della storiografia più recente, che negli ultimi anni ha profondamente rivisto alcuni luoghi comuni ormai consolidati sulla figura del presidente dell’ENI.

Un primo esempio riguarda la cosiddetta formula contrattuale “75/25”. Ancora oggi è frequente leggere che tale innovazione sarebbe stata ideata da Mattei per rompere il monopolio delle grandi compagnie petrolifere anglo-americane. È una ricostruzione suggestiva, ma che la ricerca storica ha sostanzialmente corretto.

La documentazione oggi disponibile mostra infatti che la formula non nacque negli uffici dell’ENI, bensì fu elaborata dai Paesi produttori e proposta all’azienda italiana dalla National Iranian Oil Company nel corso delle trattative del 1957. L’innovazione, dunque, partì dai governi petroliferi del Medio Oriente, che intendevano ottenere una partecipazione molto più ampia allo sfruttamento delle proprie risorse naturali. Il merito di Mattei non fu quello di inventare una nuova formula contrattuale, ma quello di comprenderne immediatamente la portata strategica e di accettare condizioni che le grandi compagnie internazionali continuavano invece a rifiutare.

La differenza non è puramente terminologica. Attribuire a Mattei l’invenzione della formula significa rappresentarlo come il protagonista assoluto di una rivoluzione destinata a modificare il mercato petrolifero mondiale. Riconoscere invece che quella formula fu elaborata dai Paesi produttori significa restituire a questi ultimi il ruolo storico che effettivamente ebbero nel processo di ridefinizione degli equilibri energetici internazionali. In questa prospettiva, Mattei appare non come il creatore della rivoluzione, ma come il dirigente che seppe cogliere prima di altri una trasformazione già in atto e trasformarla in un vantaggio competitivo per l’ENI.

Un secondo luogo comune riproposto da Oddo riguarda la presunta esclusione dell’ENI dal consorzio petrolifero iraniano. Secondo una narrazione ormai tradizionale, Mattei avrebbe elaborato la propria politica nei confronti del mondo arabo come reazione a un’umiliante esclusione dal tavolo delle grandi compagnie petrolifere.

Anche questa interpretazione, tuttavia, è stata ridimensionata dalla ricerca archivistica.

La documentazione dimostra che Mattei era perfettamente consapevole del fatto che l’ENI non possedeva ancora i requisiti politici, economici e industriali necessari per ottenere una partecipazione nei grandi consorzi petroliferi del Medio Oriente. L’assenza dell’Italia dal consorzio iraniano non fu quindi percepita come un torto inatteso da vendicare, bensì come la naturale conseguenza della posizione ancora marginale occupata dall’ENI nello scenario petrolifero internazionale.

È proprio questa consapevolezza che spiega la successiva strategia dell’ente. Non potendo competere sul terreno controllato dalle grandi compagnie occidentali, Mattei cercò nuovi spazi negoziali nei Paesi produttori disposti a mettere in discussione il vecchio sistema delle concessioni coloniali. L’ENI non inventò quel cambiamento, ma comprese che esso offriva a un’azienda relativamente giovane l’occasione per inserirsi in un mercato dal quale sarebbe altrimenti rimasta esclusa.

Anche in questo caso la differenza interpretativa è profonda.

Nella ricostruzione tradizionale, Mattei appare come un protagonista quasi romantico: escluso dalle “Sette Sorelle”, decide di sfidarle inventando un nuovo modello petrolifero.

Nella ricostruzione che emerge dalla documentazione archivistica, invece, Mattei appare come un imprenditore pubblico straordinariamente pragmatico. Egli comprese che i rapporti di forza stavano cambiando, che i governi dei Paesi produttori rivendicavano una maggiore sovranità sulle proprie risorse e che proprio quel mutamento poteva offrire all’ENI un’occasione di crescita altrimenti irraggiungibile. La sua forza non consistette nell’aver creato dal nulla un nuovo sistema petrolifero, ma nell’aver saputo adattare tempestivamente la strategia dell’azienda a un nuovo contesto internazionale.

Questa lettura non ridimensiona affatto la figura di Mattei. Al contrario, la rende storicamente più convincente. Il presidente dell’ENI non fu un uomo che trasformò da solo il mercato petrolifero mondiale, bensì un dirigente capace di leggere prima dei suoi concorrenti i profondi cambiamenti geopolitici in corso e di sfruttarli nell’interesse dell’azienda italiana.

Proprio per questo sorprende che Oddo continui a riproporre una narrazione ormai ampiamente superata dalla storiografia più recente (Oddo nel libro scrive…l’innovativa formula del 75/25 con cui Mattei aveva convinto Iran […] a sottoscrivere con l’Eni Join venture paritetiche per la ricerca [p. 211]….è esattamente il contrario. Fu l’Iran a proporre la formula contrattuale all’ENI). Ignorare gli studi fondati sulla documentazione archivistica significa continuare ad attribuire a Mattei il ruolo di inventore di processi storici che furono invece il risultato dell’iniziativa dei Paesi produttori. Così facendo, si finisce inevitabilmente per rafforzare una rappresentazione eroica e personalistica della sua vicenda, mentre la ricerca storica restituisce oggi un’immagine diversa: quella di un grande stratega industriale, la cui principale qualità fu la capacità di interpretare con straordinario anticipo i mutamenti dell’economia e della politica internazionale.

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