Introduzione
Il saggio vuole ricostruire il rapporto che c’era tra Angelo Mattei, figlio di Italo Mattei e nipote di Enrico Mattei, e Giulio Andreotti.
Angelo Mattei, Giulio Andreotti e la Montedison
In un articolo di Rino Cascio pubblicato sul quotidiano “Il Manifesto” il 29 ottobre 1995, viene riportata un’intervista ad Angelo Mattei, il quale racconta che, in passato, ricevette un’ingente somma di denaro da un importante uomo politico, all’epoca, ancora vivente; i soldi sarebbero serviti per comprare il suo silenzio, e, più in generale, quello della famiglia Mattei su tutto quello che di compromettente avrebbero potuto sapere sulla morte del fondatore dell’ENI.
Angelo Mattei, figlio di Italo, fratello minore di Enrico, insiste sulla figura di «un noto uomo politico italiano vivente», un ex ministro, che lo avrebbe «minacciato» e poi pagato in cambio del silenzio. «Mi ha fatto avere tre miliardi da una società della Montedison dopo un incontro a Palazzo Chigi in cui avevo fatto sapere che sulla morte di mio zio avevo prove certe», ha detto ieri al quotidiano «Il Centro» Angelo. Parla di una ricevuta di trenta milioni, su carta intestata, che avrebbe già consegnato al sostituto procuratore Vincenzo Calia che conduce le indagini. Il magistrato conferma di avere sentito Angelo Mattei, ma nulla più.[1]
L’episodio, almeno in parte, è vero: Angelo Mattei ricevette del denaro da una società della Montedison attraverso la mediazione di Giulio Andreotti; ad essere incerto, è il fatto che i soldi ricevuti servissero a comprare il silenzio della famiglia Mattei su quanto potessero sapere sul mistero di Bascapè.
Documenti inediti – conservati fra le carte di Andreotti – possono contribuire a spiegare meglio questa vicenda.
Si tratta di una corrispondenza fra Angelo Mattei e Giulio Andreotti. Il nipote del fondatore dell’ENI, verso la fine degli anni Settanta, pare che versasse in una grave situazione economica. La sua situazione lavorativa era difficile, in quanto egli rischiava di non riuscire ad ottenere la rappresentanza per le regioni Marche e Abruzzo di alcune aziende che appartenevano al gruppo Montedison. Ne è prova una lunga lettera di Angelo Mattei al Dott. Caroli (segretario generale di Andreotti), datata 16 marzo 1977, nella quale si pregava il Presidente Andreotti di intervenire sulla presidenza Montedison, affinché gli venisse restituita la rappresentanza della Fidenza Vetraria.
Caro Dott. Caroli,
come d’accordo telefonico le invio elenco delle ditte alle quali gentilmente dovrebbe telefonarmi per caldeggiare la loro rappresentanza nella mia zona operativa: Marche ed Abruzzo, nel settore ingrosso casalinghi. Già da tre anni opero in questa zona e settore con la Fidenza Vetraria e poter aver una o due di queste ditte sarebbe per me e per la mia famiglia un grosso aiuto, il tutto anche perché con la scomparsa a sua volta di zio Enrico e quella di mio padre Italo la nostra situazione familiare, finanziariamente, si è appesantita sempre di più ed in maniera violenta. Come forse saprà siamo ben sette figli; cinque maschi e due femmine. Della situazione può farne consapevole anche il Presidente Andreotti, se, lo riterrà opportuno. Ci siamo sempre dibattuti tra una difficoltà e l’altra, e, come può ben comprendere vorremmo dignitosamente venirne fuori. Se tali ditte dovessero rispondere che pel momento sono impegnate e può benissimo dire loro che tale zona può rendersi libera tra sei-otto mesi è la stessa cosa, giacché per me l’essenziale è iniziare una seria collaborazione con loro, quindi se la cosa dovesse scivolare di qualche mese non sarebbe un fatto del tutto negativo, in quanto il nocciolo della questione è il poterle rappresentare. Vista la cosa in questa ottica il mese in più o in meno fa nulla, quanto importante è il poter concludere il rapporto di rappresentanza […]. Certo del Suo fattivo interessamento nei nostri confronti le formulo i miei più cari saluti unitamente al Presidente Andreotti.[2]
La richiesta, probabilmente, non sortì l’effetto sperato. Un appunto di Angelo Mattei inviato al Dott. Caroli il 27 giugno 1977, ribadiva con insistenza un intervento del Presidente Andreotti sui vertici Montedison per ottenere la rappresentanza di alcune aziende Montedison.
Caro Dott. Caroli,
a seguito della mia nella quale le richiedevo un intervento in mio favore per la rappresentanza della NUOVA-IMMI – Copiano (PAVIA), contattando il direttore generale Sig. Forti, avendo saputo più nulla. Per tutto ciò, come già ebbe modo di dirle, essendo le condizioni famigliari assai precarie, la pregai e la prego di interessarsi alla cosa. Non crede che la famiglia di Enrico Mattei, che tanto fece per l’Italia si possa lasciar marcire a questo modo. Certo del suo fattivo interessamento alla cosa colgo l’occasione per inviarle i miei più cari saluti unitamente alla mia famiglia.
Suo,
Angelo Mattei.[3]
Nonostante queste insistenze, Angelo Mattei pare che non sia riuscito ad ottenere ciò che voleva. Il 26 aprile 1978, spedì un telegramma al Professor Medici, il presidente della Montedison, mandandone una copia anche a Giulio Andreotti. Il messaggio contenuto nel telegramma è minaccioso: Angelo Mattei, questa volta, chiedeva la rappresentanza delle aziende minacciando di rivelare presunti segreti sulla morte di Enrico Mattei, tra cui i nomi dei mandanti che sarebbero stati tre nomi importanti del mondo politico ed economico di allora.
Al Prof. Medici Presidente Montedison
La caccia alla famiglia Mattei molti pensano che sia finalmente compiuta, ma non è proprio così. Dopo averci estromesso brutalmente dalla vostra consociata dico ora siamo stati allo stesso modo allontanati dalla Fidenza Vetraria. Il tutto in soli tre anni. Come ho già accennato in un incontro a Palazzo Chigi al Presidente Andreotti se non sarà revocato il provvedimento inerente la Fidenza saremo costretti causa forza maggiore a fare pubblicamente i nomi degli assassini del nostro congiunto Enrico Mattei. Essi sono 3 capi correnti della Democrazia Cristiana, un leader del PRI e 2 grossi personaggi dell’alta finanza italiana. Se tutto ciò vale una rappresentanza questo tocca a lei stabilirlo. Prima ne parli pure con Andreotti. Attendo suo appuntamento al merito giacché la cosa riveste massima urgenza.[4]
Emerge chiaramente il risentimento di Angelo Mattei nei confronti dei vertici della Montedison per essere stato allontanato dalle aziende del gruppo chimico privato: l’astio lo spinge a usare come arma di ricatto i presunti segreti che egli dice di sapere sulla morte del defunto zio per ottenere i contratti di lavoro dalle aziende.
Successivamente – stando ad un appunto per il Presidente Andreotti del giugno 1978 – la questione con Angelo Mattei sembrava essere risolta: i vertici della Montedison, seppur avevano denunciato il nipote dell’ex presidente dell’ENI all’autorità giudiziaria, avevano concesso a questi una somma di trenta milioni senza dargli, però, alcun contratto con le aziende appartenenti al gruppo chimico.
Parlato con il Presidente. Parlato, poi, con Medici: dice che conosce bene il caso e che ci dice finora è stato veramente buono e generoso se pure ha denunciato il Mattei all’autorità giudiziaria. Comunque, sta vedendo di risolvere il caso. Parlato, successivamente, con Avv. Baldini Consigliere Delegato Montedison, il quale dice che proprio oggi ha risolto la questione d’accordo con l’interessato (concessione somma di 30 milioni, senza alcuna rappresentanza). Parlato con Mattei, in risposta alla sua telefonata, può dire che ha fatto la telefonata a Medici come da lui spiegato e che la questione sembra ormai risolta con il suo accordo.[5]
Angelo Mattei, dunque, ricevette trenta milioni dai vertici della Montedison. Ciò conferma quanto egli ha dichiarato alla stampa negli anni Novanta, allorquando il PM Vincenzo Calia riaprì l’inchiesta sul “caso Mattei”: è vero che ebbe trenta milioni dalla Montedison, ma non è dato sapere se ricevette tre miliardi insieme ad una ricevuta che ne dichiarava solo trenta milioni.
Tuttavia, le insistenze di Angelo Mattei per ottenere contratti di lavoro con le aziende della Montedison proseguirono. Ne è prova un telegramma spedito da Angelo Mattei il 5 novembre 1979 al Rag. Marcello Ascari, il capo ufficio acquisti della società LAR (Lavorazione Articoli in Resina, Modena). Il telegramma era firmato da Giulio Andreotti, ma si trattava di un falso: Angelo Mattei aveva falsificato la firma del Presidente Andreotti, e, appropriandosi del suo nome, cercò di pregare il Rag. Ascari di avere un contratto di lavoro con la società LAR.
Pregovi cortesemente intervenire in favore dell’amico Mattei per vostra rappresentanza Marche et Abruzzo il tutto anche perché in questo momento ciò rappresenta una svolta vitale nella sua vita di uomo essendo la sua famiglia in precarie condizioni economiche certo della vostra discrezione ringraziarvi anticipatamente On. Giulio Andreotti.[6]
Giulio Andreotti dovette scusarsi con il Rag. Ascari per il telegramma falso che quest’ultimo ricevette.
Illustrissimo Ragioniere,
come a prima vista lei stesso deve avere intuito, ho potuto avere la certezza che il telegramma da lei ricevuto in data 5 novembre 1979 è un falso. Mi spiace molto che qualcuno abbia abusato del mio nome avvalendosene comunque in modo maldestro perché del tutto estraneo alle mie consuetudini. Cordiali saluti. Giulio Andreotti.[7]
Andreotti chiese al Dr. Del Ciglio di indagare per accertare la provenienza del telegramma e di cercare di risalire al vero autore. Si riuscì a verificare che fu Angelo Mattei a spedire il telegramma alla LAR appropriandosi dell’identità del Presidente Andreotti.[8]
La vicenda delle “memorie”
Il 20 dicembre 1976, Giulio Andreotti ricevette il nipote di Enrico Mattei, dopo che questi aveva chiesto al segretario Caroli di avere un appuntamento con il Presidente. Durante l’incontro, il nipote disse di aver ricevuto delle memorie in triplice esemplare in lingua inglese, nelle quali si rivelavano dei segreti compromettenti sulla morte di Enrico Mattei.
A richiesta (aveva telefonato al mio segretario Caroli) ho ricevuto il nipote di Enrico Mattei, che è venuto accompagnato da uno zio. Mi ha ricordato che egli era con suo padre quando si incontrò con me a Montecatini e mi chiese – ottenendola in pochi giorni – copia della relazione ufficiale sulla morte del compianto presidente dell’ENI. Ha aggiunto di essere venuto da me in quanto Presidente del Consiglio e per l’amicizia che avevo con lo zio. Di che si tratta? Alla famiglia è giunta simultaneamente una memoria in inglese proveniente dall’estero (USA – Algeria e un altro Paese) in triplice esemplare. Vi si riferiscono particolari sull’assassinio di Mattei, facendo grossi nomi esplosivi. Poco dopo, giornalisti che peraltro non hanno voluto dichiarare il loro nome, sono andati a Matelica a chiedere se fosse vero che erano arrivati documenti sensazionali. La famiglia ha negato. Per il tempo trascorso (15 anni) e per la sicurezza dei piccoli e della madre hanno deciso di distruggere le memorie ricevute e di non voler prendere alcuna parte a indagini o simili. Anzi, vogliono liberarsi – e me lo consegna – della copia suddetta della relazione d’inchiesta e della copia della sentenza di non luogo a procedere della denuncia contro ignoti che il fratello Italo aveva presentato. Hanno problemi, ma oggi non chiedono nulla. Accenna a un incontro che il 4 novembre Mattei avrebbe dovuto avere con Idris, Boumedienne e uno statista del Marocco (a Gela?) per fissare la commercializzazione in Europa del petrolio, affrancandosi da russi e da americani. Non mi ha fatto i nomi contenuti nelle memorie distrutte.[9]
Angelo Mattei, in una dichiarazione resa al PM Vincenzo Calia il 25 gennaio 1995, riferì su questo episodio, dichiarando di aver incontrato Andreotti e di aver avuto con lui un colloquio che si protrasse per circa due ore. Angelo Mattei, disse ad Andreotti che la sua famiglia si trovava in difficoltà economica e avevano bisogno di aiuto. Nell’intento di ottenere dei vantaggi economici, il nipote del fondatore dell’ENI ammise di aver mentito ad Andreotti, allor quando gli disse che fossero giunte alla sua famiglia delle memorie compromettenti sulla morte di Enrico Mattei; l’intento era quello di estorcere del denaro o, comunque, vantaggi economici di qualunque natura.
Nel 1977 io avevo chiesto di incontrare Andreotti per motivi personali. Egli era allora Presidente del Consiglio e mi ricevette a Palazzo Chigi per un colloquio che ricordo durò circa 2 ore. Di tale incontro ne riferisce lo stesso Andreotti nel libro Diari “1976-1979”. Mi ero recato ad Andreotti per chiedere un contributo economico in quanto tutta la mia famiglia di mio papà era in difficoltà economica. Io feci capire che sapevo molte cose, dicendo ad Andreotti che mi erano pervenute tre memorie sull’assassinio di Enrico Mattei. Naturalmente non era vero che mi fossero arrivate tre memorie, ma il presidente del Consiglio si dimostrò subito disponibile a fornirci l’aiuto richiestogli. Mi chiese con quali società avevo frequenti rapporti di lavoro ed io nominai la Montedison. Ho poi ricevuto da un funzionario della Montedison, che non conoscevo e che mi aveva convocato a Milano, in Foro Bonaparte, tre miliardi in contanti. Il denaro era contenuto in una valigia rigida che oggi non possiedo più. Mi si fece firmare una ricevuta per trenta milioni. Su tale documento io non apposi la mia solita firma, ma volutamente alterai la grafia.[10]
Non ci sono prove che i fatti si siano svolti così come li ha tramandati Angelo Mattei. Dunque, non è possibile sapere se il nipote di Enrico Mattei ricevette davvero tre miliardi di lire dai vertici della Montedison. Stando ai documenti, è solamente certo che i tentativi di ricatto messi in atto da Angelo Mattei, fecero ottenere a quest’ultimo la somma di trenta milioni.
Conclusioni
Indipendentemente dal fatto che la morte di Enrico Mattei sia stata dovuta ad un incidente[11] o a un attentato,[12] “il caso Mattei” era uno strumento di ricatto e di diffamazione. Le pressioni e le minacce di Angelo Mattei (pressioni e minacce fatte in un momento di difficoltà economica) rivolte ai vertici della Montedison e a Giulio Andreotti finalizzate ad ottenere dei contratti di lavoro, può esserne una dimostrazione.
Ad ogni modo, i documenti permettono di ridimensionare le propalazioni di Angelo Mattei sull’episodio fatte sia alla stampa e sia agli inquirenti. Dal carteggio, emerge chiaramente che non era tanto il tentativo di uomini potenti appartenenti al mondo della politica e della finanza a voler comprare il silenzio del nipote del fondatore dell’ENI, ma era egli stesso che cercava l’aggancio con essi – con toni disperati e aggressivi – per cercare di ottenere un vantaggio economico di qualunque natura (denaro o contratti di lavoro) dalla “vendita” del suo silenzio, e, pur di raggiungere lo scopo, Angelo Mattei non esitava a fare un uso strumentale della morte di suo zio, brandendo, come arma di ricatto, i presunti segreti che egli diceva di sapere sul presunto attentato. E, altresì, dai documenti emerge che chi subiva il tentativo di ricatto – i vertici della Montedison e Giulio Andreotti – cedeva facendo delle concessioni, non tanto per la paura che Angelo Mattei potesse rivelare dei segreti compromettenti, ma quanto per cercare di porre fine a delle richieste insistenti di denaro o di contratti di lavoro.
[1] RINO CASCIO, Caso Mattei. Il nipote: «Tre miliardi per farmi tacere», Il Manifesto, 29/10/1995.
[2] Archivio Storico Istituto Luigi Sturzo, Fondo Giulio Andreotti, busta 1173, fasc. “Dott. Angelo Mattei (nipote di Enrico Mattei)”, corrispondenza di Angelo Mattei con Francesco Caroli.
[3] Ibidem.
[4] Archivio Storico Istituto Luigi Sturzo, Fondo Giulio Andreotti, busta 1173, fasc. “Dott. Angelo Mattei (nipote di Enrico Mattei)”, corrispondenza di Angelo Mattei con il Prof. Giuseppe Medici presidente della Montedison.
[5] Archivio Storico Istituto Luigi Sturzo, ivi, appunto di Caroli.
[6] Archivio Storico Istituto Luigi Sturzo, ivi, telegramma a Marcello Ascari con firma falsa di Andreotti.
[7] Archivio Storico Istituto Luigi Sturzo, ivi, corrispondenza di Andreotti con Marcello Ascari.
[8] Cfr. Archivio Storico Istituto Luigi Sturzo, ivi, appunto del Dr. Del Ciglio per Andreotti.
[9] Archivio Storico Istituto Luigi Sturzo, ivi, Appunto di Andreotti su incontro con Angelo Mattei (20 dicembre 1976).
[10] Tribunale di Palermo, Sentenza della Corte d’Assise, Procedimento De Mauro, pp. 1375-1376.
[11] Cosi come stabilirono le prime inchieste: cfr. Archivio Storico dell’Aeronautica Militare, Relazione di inchiesta sull’incidente avvenuto il 27 ottobre 1962 in località Bascapè (Pavia), aeromobile M.S. 760 B, I – SNAP, fondo incidenti di volo velivoli civili 1962 n. 40 “caso Mattei” e Procura della Repubblica presso il Tribunale di Pavia, Procedimento penale n. 2471/62 R.G. Procura di Pavia.
[12] L’inchiesta del PM Vincenzo Calia sembra aver avvalorato la tesi dell’attentato, cfr. Procura della Repubblica presso il tribunale di Pavia, Vincenzo Calia, Richieste del Pubblico Ministero (ai sensi dell’art. 415 c.p.p.), Procedimento penale n.181/94 mod.44. Le indagini sono state svolte dai marescialli Enrico Guastini, Antonio Trancuccio e dall’appuntato Giovanni Pais, dei Carabinieri di Pavia.

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