L’inchiesta sul “caso Mattei” del Sostituto Procuratore della Repubblica Vincenzo Calia – avviata nel 1994 e conclusasi nel 2003 – si concluse con una archiviazione; tuttavia il PM nelle sue richieste al Giudice per le indagini preliminari (GIP) Fabio Lambertucci, afferma che sia stata comunque raggiunta la certezza che il Morane-Saulnier 760 I-SNAP sul quale viaggiava Enrico Mattei sia esplosa una carica esplosiva di modesta entità tale da provocare la caduta dell’aereo, simulando, così, un disastro aviatorio dovuto ad una causa tecnica. L’innesco della bomba, probabilmente, dipese dall’azionamento del comando che permetteva al carrello di fuoriuscire dai suoi alloggiamenti.
All’esito dell’indagine deve ritenersi in primo luogo acquisita la prova che l’aereo a bordo del quale viaggiavano Enrico Mattei, William Mc Hale e Irnerio Bertuzzi venne dolosamente abbattuto nel cielo di Bascapè la sera del 27 ottobre 1962.
L’indagine tecnica, confortata dalle testimonianze orali e dalle prove documentali raccolte, in assenza di evidenze contrarie, ha infatti permesso di ritenere inequivocabilmente provato che l’I-SNAP precipitò a seguito di un esplosione limitata, non distruttiva, verificatasi all’interno del velivolo.
È infatti provato che a bordo dell’I-SNAP si verificò un’esplosione; che l’esplosione si verificò durante il volo e non in coincidenza o dopo l’impatto col suolo; che il serbatoio, i motori e la bombola di ossigeno non esplosero.
Come è già stato dimostrato il mezzo utilizzato fu una limitata carica esplosiva, probabilmente innescata dal comando che abbassava il carrello e apriva i portelloni di chiusura dei suoi alloggiamenti.
Tale carica esplosiva, equivalente a circa cento grammi di Compound B, fu verosimilmente sistemata dietro il cruscotto dell’aereo, a una distanza di circa 10-15 centimetri dalla mano sinistra di Enrico Mattei […].[1]
La prova della presenza di esplosivo a bordo dell’I-SNAP, è provata – secondo gli inquirenti – dalle perizie metallografiche e frattografiche eseguite dal Prof. Ing. Donato Firrao su alcuni resti dell’aereo e sull’anello e sull’orologio in oro che il presidente dell’ENI indossava. Il prof. Firrao sostiene che un’esplosione su questo tipo di metalli, l’acciaio inossidabile austenitico e l’oro, danno segni microstrutturali inequivocabili che possono essere rilevati mediante indagine metallografica. I reperti, dunque, sono stati analizzati al microscopio e si sono viste delle particolarità strutturali interne di tali metalli che possono essere causati solo da una esplosione. In altre parole, si sono osservati al microscopio dei difetti e delle deformazioni della struttura interna di questi metalli che possono essere causati solo da una esplosione derivante da una detonazione di una carica.[2]
Il dubbio persiste sulle modalità con le quali sarebbe stato effettuato il sabotaggio e sul sistema di innesco della carica esplosiva. L’I-SNAP, la mattina del 27 ottobre 1962, alle ore 10 circa, effettuò un volo da Catania per Gela e poi da Gela per Catania, compiendo l’aereo per ben due volte l’atterraggio, e, quindi, l’estrazione del carrello, senza che nessuna esplosione si verificasse. Questa circostanza, inficia notevolmente l’ipotesi del magistrato Calia, il quale sostiene che l’I-SNAP sarebbe stato sabotato tra la notte del 26 e 27 ottobre 1962 e il mattino seguente sarebbe rimasto fermo e a terra fino alla sua partenza per Milano-Linate avvenuta alle 16.57. Contrariamente a quanto sostenuto dal PM, non c’era a Catania il Morane-Saulnier 760 I-SNAI (“gemello” dell’I-SNAP) a effettuare il volo Catania-Gela-Gela-Catania nella mattina del 27 ottobre. A dimostrare l’assenza di quello specifico aereo sono due documenti: il libretto di volo del Com.te Ferdinando Bignardi, l’unico pilota che sarebbe stato in grado di pilotare l’aereo; e il libretto di volo di quello specifico aeromobile. Nessun volo viene annotato nei due documenti nelle giornate del 26 e 27 ottobre 1962. Il fatto che I-SNAP abbia effettuato un volo lo stesso giorno prima di ripartire per Milano-Linate, compromette in larga misura l’ipotesi del sabotaggio così come viene ricostruito nell’indagine del PM Calia. Il sabotaggio, allora, dovrebbe collocarsi tra le 10.30 e le 16.30, ma è lo stesso magistrato che ammette che in quell’arco di tempo l’I-SNAP è stato sorvegliato in modo diretto e continuo dal Com.te Bertuzzi. Inoltre, per sabotare l’aereo con una carica di esplosivo collegata al circuito del comando “carrello giù”, bisognerebbe sollevare il muso dell’aereo e il sabotatore dovrebbe lavorare per diverse ore e senza essere visto da nessuno.[3] L’assenza di I-SNAI a Catania, e, di conseguenza, il fatto che I-SNAP abbia volato il mattino del 27, compromette di molto l’ipotesi di una bomba che esploda in dipendenza dell’azionamento del comando che consente al carrello di fuoriuscire. Ma le indagini metallografiche del Prof. Ing. Donato Firrao – pare – dimostrano la presenza di una bomba; dunque l’assenza di I-SNAI non invalida del tutto la tesi dell’attentato sostenuta dall’indagine del PM Calia.
In questa sede, si vuole ripercorrere la genesi e la diffusione di questa ipotesi, la quale è stata utilizzata da un magistrato per le sue indagini.
La tesi della bomba collegata al comando che consentiva l’apertura del vano carrello e l’estroflessione delle ruote, comparve nell’inchiesta firmata da Fulvio Bellini e pubblicata in tre puntate tra il marzo e l’aprile del 1963 sul periodico «Secolo XX», diretto da Giorgio Pisanò. La tesi dell’autore, vuole che la sorveglianza sull’aereo venne in qualche modo elusa mentre il bireattore era in sosta all’aeroporto di Catania-Fontanarossa. Alcuni tecnici, ebbero modo di avvicinarsi all’aeromobile, e fecero in modo di sistemare un ordigno esplosivo in una maniera tale che questo potesse esplodere durante la fase di atterraggio.[4] L’inchiesta giornalistica venne letta dal Sostituto Procuratore della Repubblica di Pavia Edgardo Santachiara, titolare della prima inchiesta penale sul “caso Mattei”. Il magistrato, convocò Fulvio Bellini, e lo interrogò a proposito della sua inchiesta, per comprendere l’origine delle informazioni che il giornalista aveva riportato nei suoi articoli.
Una ipotesi dei tecnici interpellati, e che mi ha convinto, è che l’aereo sia stato manomesso in modo che scoppiasse in aria all’atto dell’entrata in funzione dei comandi di atterraggio. Non posso dire come la cosa funzionasse perché non sono un tecnico. Nel mio articolo riferirò con maggiore precisione il funzionamento preteso di tale congegno. Mi risulta inoltre che l’Ing. Girotti, direttore generale dell’ENI, ha incaricato un gruppo di tecnici di svolgere una inchiesta e che pertanto sarebbe in possesso di numerosi elementi atti ad illuminare la giustizia. Anzi io spero che l’ENI si decida a pubblicare i risultati di tale inchiesta, in quanto sono convinto che avvalorerebbero le mie convinzioni. La pubblicazione del relativo servizio mira anche a tale scopo. Non so comunque se gli elementi potranno poi effettivamente confermare i miei sospetti. Da diverse voci che non posso identificare, perché interrogo una infinità di persone, ho sentito dire che un avvocato (di cui non posso fornire nessun altro elemento di identificazione) era disposto a vendere in cambio di una notevolissima somma, i nomi di coloro che avrebbero commesso l’attentato durante una interrogazione della vigilanza dell’aereo, mentre faceva scalo a Catania. Ripeto che non posso identificare l’origine di detta voce, per quanto diffusa. Mi riservo comunque di prendere contatti con gli ambienti in cui detta voce circolava e di fare comunicazioni alla S.V. Anzi, le farò avere nella prossima settimana, un dettagliato promemoria su tutto quanto a mia conoscenza.[5]
Il PM Santachiara non prese sul serio l’inchiesta di Fulvio Bellini, ma anzi la giudicò come una ricostruzione fantasiosa dei fatti. Inoltre, l’autore la scrisse per motivi ricattatori nei confronti dell’ENI, in quanto il giornalista cercava di ottenere una sistemazione lavorativa nell’azienda di Stato. Questa circostanza, venne riferita al magistrato dalla guardia del corpo di Mattei, Rino Pachetti.
Ho avuto nozione degli articoli apparsi nel Secolo XX, ma, a mio giudizio, si tratta del fatto di una fantasia squilibrata. Ho sentito parlare del Bellini Fulvio. Preciso che, prima della sciagura, ricevetti la telefonata di un certo Damiani Raoul. Costui, era impiegato dell’Arcivescovado di Milano, quale archivista ed autore di un libro di filosofia, mi riferì, dopo la telefonata con cui diceva di dovermi fare delle comunicazioni importantissime, che il Bellini Fulvio, suo amico, era in possesso di notizie delicatissime riguardanti sia l’attività del Mattei, sia delle cospirazioni della O.A.S. in suo danno. Lo stesso mi disse che era intenzione dell’ENI conoscere ed assicurarsi della non divulgazione di tale notizia. Aggiunsi che il Bellini era stato da lui conosciuto nella redazione di un giornale inglese, ove lo stesso Bellini si adoperava per vendere gli articoli. Il Damiani assumeva accompagnando sentimenti patriottici, legami con ambiente partigiano, che era riuscito a convincere il Bellini a non vendere dette notizie. Il Damiani chiedeva per il Bellini e per se una sistemazione presso l’ENI. Io gli dissi che, poiché conosceva il Dr. Cefis, persona molto più influente di me di rivolgersi a lui; cosa che il Damiani mi risulta aver fatto, con risultati che però non conosco. Dopo l’incidente il Damiani non si fece più vivo direttamente con me, ma so che mi ha cercato telefonando in azienda ed in altri luoghi ove potevo trovarmi. Ho avuto l’impressione che il Damiani fosse uno squilibrato.[6]
L’inchiesta di Fulvio Bellini fu l’unica ad avanzare l’ipotesi del sabotaggio, il resto della stampa italiana non mise in dubbio la tesi del disastro aereo dovuto ad una tragica fatalità.
La tesi dell’attentato viene riproposta tra il giugno e il luglio del 1968, sul periodico «Nuovo Mondo d’Oggi», diretto da Mino Pecorelli. Venne pubblicato un servizio in tre puntate – molto simile a quello di Bellini – firmato da Francesco Fusco e Nino Marino. L’ipotesi del sabotaggio non è quella della bomba che esplode in dipendenza dell’azionamento del comando di “carrello giù”. L’ordigno esplosivo, che sarebbe esploso comunque durante la fase di atterraggio, sarebbe consistito in cinquanta grammi di plastico. Così Nino Marino ipotizza il sabotaggio:
Le superfici di governo del Morane-Saulnier 760 Paris funzionano mediante un comando idraulico integrato da un comando meccanico che subentra automaticamente qualora il dispositivo idraulico venisse a mancare. Nel Paris un tubo grande contiene sia il condotto in cui scorre il liquido di comando idraulico, sia l’alloggiamento del cavo per il comando meccanico. I timoni di profondità funzionano grazie a questo apparato. Nel punto di congiunzione posteriore fra timoni di profondità e impennaggio verticale esiste il raccordo dei comandi. Li presso esiste pure la centralina intermittente che comanda la bianca luce di via posteriore. Raccordo tele idraulico e centralina elettrica sono raccolte in un’ogiva nello spazio di pochi centimetri cubici. Una piccola carica di plastico fu posta a contatto con i due tubi. Un detonatore di fulminato di mercurio venne posto tra la carica e la centralina della luce di via. Il rivestimento metallico del detonatore mise in corto circuito la centralina. Alle 18.59 Bertuzzi ottiene l’autorizzazione all’atterraggio diretto. Motori, flaps, interruttore delle luci di via da off a on. La corrente arriva anche alla centralina posteriore, la quale, grazie ad una intermittenza di tipo termico, dovrebbe accendere e spegnere la lampadina bianca. Ma la centralina è in corto circuito, si riscalda, in pochi secondi provoca l’esplosione del detonatore. La piccola carica di plastico scoppia ma non causa danni rilevanti, si limita a sfracellare le fragili connessioni del comando tele idraulico alle superfici di governo posteriori. Bertuzzi si trova improvvisamente privo del controllo di quota e di direzione.[7]
Dunque, cinquanta grammi di plastico che avrebbe provocato una limitata esplosione non distruttiva tale da causare danni all’aereo e fallo precipitare per una causa tecnica.
Nel 1972, Riccardo De Sanctis, giornalista di «Paese Sera», è autore di un saggio intitolato “Delitto al potere”. L’autore, sostiene che Enrico Mattei sarebbe stato eliminato per impedirgli di dare supporto ad un progettato colpo di stato in Libia, che era in preparazione proprio in quei giorni. De Sanctis, per quanto riguarda le modalità del sabotaggio, riprende l’ipotesi di Fulvio Bellini – che intanto era stata riproposta nel 1970 da quest’ultimo nella monografia “L’assassinio di Enrico Mattei”[8] scritta insieme ad Alessandro Previdi e su una inchiesta a puntate firmate da Pisanò pubblicata sul «Candido. Il settimanale del sabato»[9] -della bomba collegata al sistema che permetteva al carrello di fuoriuscire. Il giornalista scrive:
[…] l’incidente si sia verificato per una carica di esplosivo collegata all’interruttore di apertura del carrello di atterraggio, che è scoppiata nel momento in cui il carrello ha raggiunto la posizione di massima apertura.[10]
Queste inchieste giornalistiche sul “caso Mattei” apparse tra gli anni Sessanta e Settanta, hanno avuto una certa influenza nell’inchiesta condotta dal PM Calia, il quale da dimostrazione di averle lette.[11] L’ipotesi di un ordigno esplosivo il cui innesco era dipendente dall’azionamento del comando di “carrello giù” e l’ipotesi che la quantità di esplosivo fosse di modesta entità, tale da simulare una sciagura aerea, è stata mutuata da una pubblicistica dell’epoca.
[1] Procura della Repubblica presso il tribunale di Pavia, Vincenzo Calia, Richieste del Pubblico Ministero (ai sensi dell’art. 415 c.p.p.), Procedimento penale n.181/94 mod.44. Le indagini sono state svolte dai marescialli Enrico Guastini, Antonio Trancuccio e dall’appuntato Giovanni Pais, dei Carabinieri di Pavia, pp. 425-426.
[2] Cfr. DONATO FIRRAO, Was there a bomb on Mattei’s aircraft?, Politecnico di Torino, Dipartimento di scienza dei materiali e Ingegneria Chimica, 2009; DONATO FIRRAO, The way the mistery of the Mattei’s case was solved, Politecnico di Torino, Dipartimento di scienza dei materiali e Ingegneria Chimica, 2010; DONATO FIRRAO, I microgeminati meccanici ed il caso Mattei. Ovvero una risposta al microscopio: sull’aereo di Mattei c’era una bomba, Politecnico di Torino, Dipartimento di scienza dei materiali e Ingegneria Chimica.
[3] LUPO RATTAZZI, Il “caso Mattei”: come si fabbrica un attentato inesistente in www.casomattei.com.
[4] FULVIO BELLINI, Il Secolo XX, Enrico Mattei è stato assassinato, 19 marzo 1963; Enrico Mattei è stato assassinato. Attorno a questa fossa la congiura della menzogna, 26 marzo 1963; Enrico Mattei è stato assassinato. La telefonata della morte, 2 aprile 1963.
[5] Procura della Repubblica presso il tribunale di Pavia, procedimento penale 2471/62, verbale di atti istruttori con istruzione sommaria (art. 389 e seg. Cod. di Proc. Pen.), deposizione di Bellini Fulvio del 16 marzo 1963.
[6] Procura della Repubblica presso il tribunale di Pavia, procedimento penale 2471/62, verbale di atti istruttori con istruzione sommaria (art. 389 e seg. Cod. di Proc. Pen.), deposizione di Rino Pachetti del 27 giugno 1963.
[7] FRANCESCO FUSCO, NINO MARINO, Nuovo Mondo d’Oggi, Enrico Mattei è stato ucciso. Ecco la storia dell’attentato che costò la vita al presidente dell’ENI: non fu una disgrazia, 26 giugno 1968; FRANCESCO FUSCO, Nuovo Mondo d’Oggi, La vedova di Mattei accusa: mio marito fu assassinato, 3 luglio 1968; FRANCESCO FUSCO, Nuovo Mondo d’Oggi, Chi ha paura del “caso Mattei”, 10 luglio 1968.
[8] FULVIO BELLINI, ALESSANDRO PREVIDI, L’assassinio di Enrico Mattei, Milano, Edizioni Flan, 1970.
[9] Candido, Mauro de Mauro: gli assassini di Enrico Mattei colpiscono ancora, 5 novembre 1970; Candido, Gli assassini di Enrico Mattei colpiscono ancora. Ecco perché venne assassinato il presidente dell’ENI, 12 novembre 1970; Candido, Mauro de Mauro: gli assassini di Enrico Mattei colpiscono ancora. Di chi ha paura Graziano Verzotto?, 19 novembre 1970; Candido, Caso de Mauro-Mattei, Vito Guarrasi. Il signor X, 26 novembre 1970; Candido, L’aereo di Enrico Mattei si disintegrò in volo in seguito ad un atto di sabotaggio. Ecco la prova che non ci fu un’esplosione al suolo, 26 novembre 1970; Candido, Mauro de Mauro: gli assassini di Enrico Mattei colpiscono ancora. La chiave del mistero, 3 dicembre 1970.
[10] RICCARDO DE SANCTIS, Delitto al potere. L’incidente di Mattei, il rapimento di De Mauro, l’assassinio di Scaglione, Roma, Edizioni Samonà e Savelli, 1972, p. 43.
[11] Procura della Repubblica presso il tribunale di Pavia, Vincenzo Calia, Richieste del Pubblico Ministero, op. cit., pp. 1-3.

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